Impronte digitali

I Nati Digitali con me ad Io Reporter

Pubblicato da elisaspadaro su gennaio 13, 2010

Il digitale come mondo per tutti, immigrati e non.
Internet offre a tutti la possibilità di farsi abitare, senza discriminazioni. Ma c’è un gruppo non troppo ristretto di persone, di cui vi ho già parlato,  che vi ci siede comodamente e vi abita come a casa sua. Perchè è casa sua. Sono i Nati Digitali. E’ questo l’argomento di cui sono stata invitata a parlare la scorsa settimana ad Io Reporter, ospite assieme a Roberto Chibbaro (fondatore di Vota il Prof) di una interessantissima chiacchierata sulle novità tecnologiche ed il giornalismo amatoriale.
Vi invito a guardarlo e a commentarmi. Per me è stata un’emozione fortissima…voi che mi dite?

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Ci sono cose che nessuno ti dirà…in Italia

Pubblicato da elisaspadaro su gennaio 12, 2010

“Figlio mio, lascia questo paese!” E’ il recente appello di Pierluigi Celli, direttore generale della Luiss di Roma. Vai a studiare all’estero, questo paese non ti dà nulla. È individualista, egoista. Probabilmente non ti darà mai quello che meriti. E se sarai così fortunato, o così eccellente nei tuoi sogni e in come li hai portati avanti, non avrai comunque il giusto riconoscimento. L’Italia non fa per te, studente in gamba, studente volenteroso, studente modello. Studente che si laurea in tempo, che fa sacrifici, che ha piena voglia di fare sempre meglio. Studente utopista. Fuggi, scappa,e vai all’estero. Li, forse, troverai quello che cerchi.

Eh, la nostra cara, povera, stretta Italia. La nostra Italia che da 20 anni cresce meno della media Uem, la nostra Italia che è il terzo debito pubblico al mondo, la nostra Italia che ha il record di evasione fiscale, la nostra vecchia, vecchissima Italia.

Siamo un paese in declino, pieno di handicap, con zavorre pesanti e con poca voglia di sbarazzarcene. Spendiamo il 14% del nostro Pil per le pensioni, e nonostante questo un pensionato su due è sotto i 1000euro al mese e oltre il 22% è sotto la soglia dei 500. Siamo completamente inefficienti e costosi nella Pubblica Amministrazione. Spendiamo 200milioni di euro l’anno per il finanziamento pubblico dei partiti! Siamo incompiuti. Come speriamo di farcela, di sopravvivere in un mondo che non perde tempo nell’innovazione, nella produzione, nelle previsioni? Noi, che siamo al 46°posto nella lista dei paesi più competitivi! Noi che non investiamo nel bene più grande che potremmo avere, l’istruzione! Abbiamo il 37%dei diplomati e il 13% dei laureati! Noi che non conosciamo la nostra lingua, figuriamoci l’inglese! Noi che abbiamo 36mila professori e pochissimi ricercatori. Noi che ci piangiamo addosso ma lavoriamo meno degli altri e facciamo sempre più vacanze durante l’anno e ci diamo per malati! Devo aggiungere ancora qualcosa?

Come pensiamo di contare qualcosa nel mondo, tra i grandi, se ci affondiamo da soli? Dovremmo investire nelle nuove tecnologie, nella banda larga ed invece gli Italiani che usano costantemente Internet sono solo il 17% della popolazione. Dovremmo investire nell’università ed invece il primo ateneo italiano nella lista dei migliori del mondo è al 173°posto. Dovremmo lavorare e abbiamo un altissimo tasto di inattività. Purtroppo per noi, lenti e pigri, queste tre solo le uniche soluzioni di avanzamento. La nostra unica possibilità. Ed è bene che cominciamo a progettare di sfruttarla, se non vogliamo vedere la fine dei nostri sogni di gloria.

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Cosa può accadere se la xenofobia dilaga tra la gente?

Pubblicato da elisaspadaro su dicembre 27, 2009

Immigrazione. Immigrati. Clandestini. Sono forse le parole più sentite, più parlate, più sprecate in Italia. Da noi Italiani. Quando viaggio in metro, quando vado all’università, quando mangio una pizza, ogni volta non faccio che sentire gente che parla di questi maledetti stranieri, che ci fregano il lavoro, che ci stuprano le donne, che ci rubano in casa. E anche quando queste orride parole non vengono pronunciate, le posso avvertire nell’aria, quando uno “di loro” sale sull’autobus, quando ti si siede accanto, quando lo incroci per strada. Si avverte negli sguardi di quelle persone, nei gesti, nello sdegno che provano. Spesso non è paura, è proprio sdegno.  Sdegno dell’altro. Proviamo continuamente ribrezzo e paura, avversione e intolleranza per altre persone solo perché le definiamo clandestine. La maggior parte di questi non sono nemmeno clandestini, alcuni di loro sono perfino nati qui, sono italiani come noi. Eppure noi classifichiamo continuamente la loro vita e le loro abitudini. E la loro vita, le loro abitudini sono pericolose.

Non mi dite che non vi è mai capitato di guardare alla Tv l’ennesimo servizio sull’ennesimo approdo di immigrati a Lampedusa. Non mi dite che non li avete giudicati, che non avete fatto un cattivo pensiero. Se, come credo, il cattivo pensiero l’avete fatto, adesso esulterete per la chiusura di Lampedusa e l’accordo Italo-Libico. Peccato che non sappiate che quegli immigrati che arrivano nel nostro territorio con viaggi fortunosi sono solo il 10% e che la maggior parte di loro avrebbero diritto all’asilo politico. Peccato che quindi la chiusura di Lampedusa non abbia poi giovato a molto, ma abbia solo rigettato in mare sventurati che hanno pagato caro il loro viaggio e che abbia fatto perdere 50 posti di lavoro. Gli immigrati infatti, che da noi oggi sono 4 milioni e mezzo, arrivano per via legale, con un visto. Si appoggiano da parenti e amici e quando il visto scade si fanno assumere in nero e aspettano le sanatorie. Maledetti immigrati che ci fregano il lavoro. Peccato che non sappiamo che senza di loro la nostra economia sprofonda ancora di più, visto che con il loro lavoro e le loro tasse contribuiscono assai più di quanto non ricevano. Peccato che non pensiamo che se non ci fossero le colf, molte donne non potrebbero andare a lavorare, e che se non ci fossero dipendenti stranieri impiegati come operai, i nostri italiani non potrebbero occupare posti manageriali di primo livello. C’è stata una complementarietà, gli stranieri non ci hanno tolto posti di lavoro. Lo dice la Banca d’Italia, non lo dico io. Lo dice la Banca d’Italia, anche se al governo l’accusano di studi inattendibili. La verità è che, come al solito, noi Italiani siamo solo bravi a lamentarci. Non è colpa degli immigrati se non lavoriamo, piuttosto siamo noi che abbiamo un altissimo tasso di non attività, siamo noi che siamo svogliati e che non cerchiamo lavoro. Siamo noi che non ci adattiamo.

Ma queste cose, che pur sono vere, non ci possono toccare, non ci possono fare ricredere. Sapete perché? Perché l’Italia non fa che alimentare il nostro sentimento di disagio verso gli stranieri, facendoceli percepire sempre di più come pericolosi esseri umani che ci tolgono lo “spazio vitale”. Credo di aver già sentito questo termine in passato. Lo spazio vitale, il Lebensraum. Perché l’Italia fa approvare il decreto sicurezza, legalizzando il reato di clandestinità e, udite udite, autorizzando le ronde. Certo, purché non armate, ci mancherebbe. Perché l’Italia paga la Libia per riprendersi gli stranieri che arrivano da noi, perché li fa espellere. Anche questo concetto non mi è nuovo. Non tantissimi anni fa in fondo  obbligavamo gli ebrei residenti o immigrati ad abbandonare il territorio nazionale. Pensateci.

Pensate al perché siamo alle porte del 2010 e un cittadino nero nato in Italia debba morire a colpi di sprangate perché ha rubato un pacco di biscotti. Pensate al perché ci sono raid razzisti contro negozi gestiti da immigrati. Pensate perché vengono incendiati i campi rom. Dovreste cominciare a prendere coscienza che agite per conto di un pensiero che non è vostro, ma che vi è imposto nascondendovi la verità delle cose. E la verità è che non tutti i romeni stuprano e rubano, lo facciamo tanto anche noi Italiani. E i romeni non sono clandestini, ma cittadini europei. La verità è che non tutti i neri spacciano. Ve lo assicuro, lo facciamo molto più noi. La verità è che gli immigrati ci servono, ne abbiamo disperatamente bisogno.

Ma guardatevi. Che cosa siete diventati? È questa la modernità, sarebbero questi i passi in avanti? Francamente no. Io vedo solo un paese che torna indietro, ai suoi errori. Un paese che cerca capri espiatori e null’altro. Sarebbe bene che cominciassimo a prendere coscienza di quello che siamo e di quello che vogliamo essere. Perché in un futuro non tanto lontano in cui si prevede che il numero di immigrati non raddoppi, ma triplichi, credo che qualcosa debba cambiare. E alla svelta. E no, non sto pensando ai campi di concentramento. Non è stata decisamente una buona trovata.

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L’Unione fa la forza

Pubblicato da elisaspadaro su dicembre 23, 2009

I buoni propositi di un’Europa unita contro l’egoismo delle nazioni in gioco.

Per secoli gli Europei si sono fatti la guerra. Per secoli battaglie ideologiche, religiose, politiche, sociali, hanno visto fratelli combattersi tra loro e uccidersi. Sterminarsi. Interi paesi hanno sofferto la fame, sono stati ridotti in schiavitù. Per secoli gli Europei non hanno conosciuto che una lunga guerra civile. Poi un giorno arriva l’idea. Arriva il compromesso. E avviene un fatto straordinario: le nazioni rinunciano alla loro sovranità, concordano sulla possibilità di metterla in comune con gli altri paesi. Nasce l’Unione Europea.

Integrazione e dialogo sono le parole vincenti e gli obiettivi numero uno e due. Mercato comune e moneta unica sono gli altri. La moneta unica, riuscite a crederci? Sedici stati che decidono di adottarla, un fatto economico straordinario, ma anche politico. Un punto di non ritorno per un’ unione mai conosciuta. Tanti gli scettici e i critici, tantissime le polemiche. Ma non ci si ferma. L’euro arriva nei nostri portafogli e,  devo dirlo, ci spiazza. Ai nostri occhi rappresenta l’aumento dei prezzi, il carovita, l’inadeguata corrispondenza nei salari. E da una parte è vero, ai nostri occhi è così. È vero che non ci sono i giusti controlli, che la vigilanza è pessima. È vero che in fase di change over c’è chi se ne approfitta, i lavoratori autonomi ad esempio, che aumentano il loro reddito in modo spropositato, a scapito dei dipendenti. È vero tutto. Ma i nostri occhi non economici non possono sapere che se non avessimo avuto la moneta unica non saremmo mai più usciti dalla crisi che recentemente ci ha colpiti.

L’euro ha fatto si che non potessero effettuarsi speculazioni sulle monete nazionali, ha impedito pesanti interventi delle banche e  brusche variazioni dei tassi di cambio. L’euro non è uscito dalla crisi barcollando, ne è uscito più forte. Ha tenuto unite delle economie e si è imposto sul dollaro. Nonostante questo rimanga la valuta di riserva, oggi ci sono nel mondo più euro che dollari. E per una moneta giovane non è per niente un fatto da sottovalutare. Ma gli Europei non fanno che lamentarsi. Da fuori il mondo ci vede come la più grande potenza commerciale e finanziaria, come una delle migliori potenze produttive. Deteniamo il 25% del prodotto mondiale. Siamo la prima donatrice ai paesi in via di sviluppo. Ma gli Europei, che hanno dimenticato il loro passato, che hanno scordato i periodi bui, ignorano i miglioramenti. Gli Europei rimangono egoisti, pensano che i loro poteri nazionali possano risolvere problemi mondiali. Non si rendono conto che mentre le altre economie vanno avanti, l’Europa invecchia sempre di più, non produce, non investe nelle nuove tecnologie. Non si rendono conto che l’Europa è un paese che non lavora, e che loro, gli Europei, lavorano meno ore ogni settimana e fanno più vacanze. Non si rendono conto che spendiamo ancora di più in agricoltura, destinando ogni anno 45 miliardi di euro alla politica agricola comune, metà del bilancio europeo. Arricchiamo gli agricoltori e non ci rinnoviamo, non ci muoviamo nella ricerca e abbiamo meno laureati in materie scientifiche dell’India! Incolpiamo l’euro e l’Unione, quando la colpa è la nostra. Certo, l’Unione non è perfetta, ha avuto e ha ancora i suoi limiti. Ma si cerca ogni giorno di migliorarla, e di fatto per noi non c’è futuro al di fuori di essa. L’Europa può contare qualcosa nel mondo solo se è unita. Come possiamo pensare di affrontare l’economia mondiale se le singole economie dei paesi non fanno che retrocedere? Nel 2030 l’Italia, la Germania e la Francia deterranno, unite, il 6% del Pil mondiale, quando nel 1980  ne detenevano il 14. Cosa ne sarebbe di queste economie, se non fossero unite? Non è difficile da immaginare. Collasserebbero.

L’Unione invece cresce, conta 27 stati membri. Si è approvata finalmente la carta costituzionale, che non porta poche novità. Si avverte la volontà di stabilizzare il sistema, di renderlo più efficiente, di farne uno strumento migliore. C’è aria di innovazione. Ma dobbiamo esserlo noi a volerlo. Noi popolo, noi capi di stato, noi istituzioni tutte. E noi mentalità. Dobbiamo voler e poter uscire dalle nostre chiusure per portare avanti questo progetto. Dobbiamo dare più fiducia a questa struttura, permettendole di operare bene, in linea con i buoni propositi che presenta. E dopo averlo fatto vedremo che ne sarà, della nostra Europa.

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Sapere, è importante

Pubblicato da elisaspadaro su novembre 22, 2009

Se vi dicessi che mentre state tranquilli nelle vostre case nei prossimi sei secondi morirà un bambino, cosa pensereste? Direste ma no, che in fondo esagero. Ed invece è così, morirà, e nelle 24 ore che vanno da stamattina a stanotte ne moriranno altri 26 mila. Che pensereste se vi dicessi che metà di loro muore per fame, e l’altra metà per la malaria o la polmonite, malattie che da voi si curano facilmente? Anche questo è vero, nel Malawi c’è un medico per 50.000 persone e l’acqua è così infetta che il 90% dei bimbi muore per potersi nutrire. Se vi dicessi che l’aspettativa di vita di una bambina in Sierra Leone è di 36 anni, che mi direste? Quella di una giapponese è, pensate un po’, di 85. Cosa pensereste se vi dicessi che questo accade soprattutto a causa delle speculazioni che il resto dei paesi fa a scapito di quelli in via di sviluppo? Cosa pensereste se vi dicessi che impongono barriere doganali all’importazione e fanno si che il valore dei prodotti di quei paesi si deteriori sempre di più a vantaggio esclusivo dei loro prodotti? E cosa pensereste se vi dicessi che nel 1991 si era deciso di stanziare lo 0,70% del Pil dei paesi ricchi a favore dello sviluppo dei poveri e che oggi l’Italia versa solo lo 0,11%? Ve lo dico io. Voi pensereste che non è vero, o che sto sicuramente esagerando. E lo sapete perché? Perché voi non sapete. Voi non conoscete. Nessuno vi fa vedere queste cose, nessuno vi ha mai fornito questi dati. Nessuno vi ha mai detto che in realtà l’agricoltura del mondo sfamerebbe 12 miliardi di persone e cioè il doppio della popolazione mondiale, quando nella realtà non basta per tutti. Nessuno vi ha mai detto che per 50 litri di bioetanolo occorre bruciare 350 kg di mais, quantità necessaria ad un bambino messicano per vivere un intero anno. Nessuno ve l’hai mai detto. Le analisi sulle principali edizioni dei telegiornali Rai e Mediaset hanno confermato che negli ultimi anni c’è stato un calo costante delle notizie sulla fame nel mondo. Nel 2008 la percentuale dei servizi a sfondo umanitario è stata del 6% e di questa solo 6 sono stati quelli dedicati all’Etiopia e nessuno alla coinfezione della HIV e della TBC. In compenso le reti ci stordiscono con le influenze stagionali, con l’aviaria e la pericolosissima influenza A. Pensate che però di influenza A finora sono morte solo 80 persone nel mondo e che a causa della TBC ogni anno ne muoiono 2 milioni. Queste cose non le sapete perché secondo i media rientrano nelle news poco notiziabili, e che in fondo si, tutti sappiamo che le persone muoiono di fame, ma in fondo sono così lontane dal nostro focolaio che ci interessa di più sapere come spendere il nostro denaro in mascherine e disinfettanti gel. La televisione, le radio, il web, nessuno ci parla di queste cose. Eppure sono certa che mentre leggevate le mie parole siete rimasti impressionati, che un po’ vi hanno scioccato. Non sareste umani altrimenti. E allora perché non parlarne? Parliamone, documentiamo, ritagliamo un po’ di spazio tra uno scandalo politico e un gossip per parlare di quel bambino che è morto sei secondi fa. Come fare a parlarne? Medici senza frontiere, per esempio, ha lanciato la campagna adotta una crisi dimenticata, per chiedere a quotidiani e periodici, a trasmissioni radiofoniche e televisive e a testate on line di impegnarsi a parlare di una o più crisi dimenticate nel mondo. Sono già molte quelle che hanno aderito, e numerose saranno le università e scuole di giornalismo coinvolte. Perché siamo noi, giovani futuri divulgatori, che possiamo e dobbiamo fare la differenza. Se la nostra vocazione è sincera non possiamo tirarci indietro, anche a costo di risultare noiosi e campioni delle cause perse. Prima o poi qualcuno ci ascolterà, proprio come mi state ascoltando voi adesso. Noi possiamo non farlo. Stiamo imparando adesso a usare tutti i nostri mezzi ma dobbiamo cambiare qualcosa. Le coordinate e la rotta. Se davvero vogliamo, possiamo.

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Piacere, siamo i Nati Digitali

Pubblicato da elisaspadaro su novembre 21, 2009

Sono in mezzo a noi. Sono i nostri figli e i nostri nipoti. Sono i nostri cugini. Nati tra il 1992 e il 1993, quando la tecnologia era già esplosa. Cresciuti con internet e il telefonino, svezzati con i video games. Sono la generazione del futuro. I prossimi manager. I figli dell’elettronica. Sono dei bambini in grado di produrre una mutazione. Perchè si distanziano dalla generazione precedente solo di qualche anno eppure sono già una cosa a sè. Non hanno modificato solo il loro modo di approcciarsi alle tecnologie, alla rete. Hanno modificato il loro modo di essere. Di pensare.

Marc Prensky (Digital Natives, Digital Immigrants. 2001) l’ha definita una “discontinuità”. Una rottura con il passato. Senza precedenti.

Today‟s students have not just changed incrementally from those of the past, nor simply changed their slang, clothes, body adornments, or styles, as has happened between generations previously. A really big discontinuity has taken place. One might even call it a “singularity” – an event which changes things so fundamentally that there is absolutely no going back. This so-called “singularity” is the arrival and rapid dissemination of digital technology in the last decades of the 20th century.

Una rottura che fa di loro delle persone uniche nel loro genere, bambini che vivono on line, che pensano on line. Che già a 4 anni sono in grado di usare un mouse, di mandare un sms. Che a 13 vivono su Second Life. Che a 17 studiano su Internet e sono autori di decine e decine di filmati che poi metteranno su YouTube.

Ma perchè?

Perchè noi, giovani 21enni, siamo così diversi da loro? Cosa è cambiato in 5 anni?

Noi cresciuti con la Disney e le Barbie, con i Soldatini e moscacieca. Noi che il telefonino l’abbiamo avuto a 16 anni ed eravamo contenti. Noi che Internet non potevamo usarlo. Cos’ è cambiato?

E’ arrivato Facebook. E’ approdato Myspace. Si è imposto Google.

Una mutazione.

Mutazione genetica che ha   generato milioni di bambini già in grado di fare tutte queste cose. Non perchè più intelligenti di noi. Perchè catapultati. In un mondo nuovo che è diventato digitale in così poco tempo e si appresta a diventarlo ogni giorno di più. Un mondo che fa per loro e nel quale loro si plasmano. Un mondo che gli serve a tutto e che sanno usare alla perfezione. Un mondo che deve andargli incontro e aiutarli. Perchè aiutarli potrebbe significare una sola cosa: aiutare noi a capire. E a mandare avanti questo mondo. Sono o no la generazione del futuro? Dobbiamo aiutarli, dobbiamo spronarli. Indirizzarli ad un uso correto della rete, senza fermarci a giudicare al primo passo. Perchè di passi insieme potremmo compierne parecchi. E’ necessario un grosso sforzo per capirci a vicenda. E’ necessario che cominciamo a farlo.

Qui vi riporto  la parte iniziale del discorso di Marc Prensky sull’argomento.

“Oggi gli studenti non sono più quelle persone che il nostro sistema educativo aveva progettato di educare. Non sono semplicemente cambiati da quelli del passato, non hanno solo modificato il loro slang, il loro modo di vestire, il loro stile, così come era successo per le generazioni precedenti. Si è presentata invece una grande discontinuità. [...] Gli studenti oggi rapprensentano la generazione che cresce con la nuova tecnologia. Impiegano la loro vita circondati da computer, videogiochi, musica digitale, videocamere, telefonini e gli altri giocattoli e strumenti dell’era digitale. In media un laureato ha impiegato 5.000 ore della sua vita leggendo, ma più di 10.000 giocando ai videogames ( senza contare le 20.000 ore guardando la tv).

[...]Come potremmo chiamare questi nuovi studenti di oggi?

Qualcuno si riferisce a loro come la Generazione di Internet o come la Generazione Digitale. Ma la migliore designazione che ho trovato per loro è quella di Nativi Digitali. I nostri studenti sono tutti “nativi parlanti” di una lingua digitale, di computer, videogiochi e Internet.

E il resto di noi?

Quelli di noi che non sono nati nel mondo digitale, ma che vi si sono avvicinati più avanti nella vita, sono gli Immigrati Digitali.

L’importanza della distinzione è questa: quando gli Immigrati Digitali imparano ad adattarsi al loro ambiente conservano sempre il loro “accento”, che rappresenta il loro passato. L’accento degli Immigrati Digitali può essere riconosciuto  in tante cose, come nel fatto che navigano in Internet cercando informazioni solo come seconda scelta,o che leggono il manuale per un programma invece che impararlo ad usare passo dopo passo. [...] Ci sono centinaia di esempi sull’accento degli Immigrati Digitali. Includendo che loro stampano una mail o un documento scritto al computer per editarlo (invece che farlo direttamente dallo schermo) o che  portano fisicamente le persone nel loro ufficio per fargli vedere un sito web interessante  (invece che inviargli l’url). [...]

Questa è una cosa seria. Perchè il più grande problema dell’educazione di oggi è che i nostri insegnanti Immigrati Digitali, che parlano un linguaggio fuori moda, di un età pre digitale, si stanno sforzando di insegnare ad una popolazione che parla interamente un nuovo linguaggio. [...]“

Digital Natives, Digital Immigrants. 2001

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Quello che molti di noi non sapevano

Pubblicato da elisaspadaro su novembre 20, 2009

 “E’ giunto il tempo che smettiamo di  essere una Gomorra”.

 Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Io so e ho le prove. La verità della parola non fa prigionieri.
La verità è questa, descritta meticolosamente nelle pagine che ho tra le mani, e l’impegno è quello di darle una voce. La mia voce e la mia penna tremano nel tentare di scrivere di un intero processo economico che fino a poco tempo fa ignoravo, un processo economico che investe la Campania, l’Italia e il mondo intero.  E dovrebbero tremare le voci di tutti. Perché quello che molti di noi non sapevano è che tutta l’economia mondiale fa capo al Sistema, sistema e non camorra come tutti la chiamano, e che anzi la dialettica commerciale costituisce proprio l’ossatura dei clan camorristici. Quello che molti di noi non sapevano è che tutte le merci, nel loro ciclo di vita e nei loro interminabili viaggi passano per il porto di Napoli, dove vengono raccolte e portate via alla velocità della luce per evitare i controlli, e che la merce che si scarica al porto è quasi esclusivamente cinese, per un totale “registrato” di 1.600.00 tonnellate.  Quello che non sapevo è che a Napoli c’è un quartiere che si chiama Las Vegas, che produce il made in Italy. Capannoni e micro fabbriche lavorano sulle grandi griffe ad altissima velocità e con il massimo profitto. Partecipano alle aste che i marchi organizzano per gli imprenditori, che dovranno presentare il prodotto finito nel tempo stabilito e alla migliore qualità possibile. Non lo sapeva nemmeno Pasquale, il miglior sarto del mondo, che un giorno ha visto in tv un capo che aveva cucito con le sue mani indossato alla notte degli oscar da Angelina Jole in persona. Milioni di dollari  e un salario di 600 euro al mese. Non sapevo che a Napoli esiste un’impresa super organizzata nel narcotraffico, una vera e propria piramide sociale, che fornisce perfino auto, moto e l’abbigliamento ideale per i suoi spacciatori. I bambini, in particolar modo, che danno meno nell’occhio e non sono così esigenti. Bambini a cui si infila un giubbotto antiproiettile e gli si spara addosso, per abituarli a non avere paura di niente.  Non sapevo che a Napoli si testa l’eroina sui visitors, tossicodipendenti che per una dose gratis si fanno molto spesso ammazzare. Non sapevo che i camorristi non sono più quelli di una volta, ma studiano, si laureano, sanno come fare fortuna. L’economia dei clan infatti prende vita e cammina abbracciando innanzitutto il concetto di liberalizzazione, che gli ha permesso, ad esempio, di abbassare i prezzi della cocaina, rendendola una droga alla portata di tutti. Liberalizzazione che fa circolare kalashnikov anche a tre dollari, di terza mano, permettendo a tutti di sparare e di commerciare un mitra che già di per se è l’arma più semplice da utilizzare. Ma è anche la cosa che ha più ucciso al mondo, più della bomba atomica. Non sapevo che per valutare lo stato dei diritti umani gli analisti osservano il prezzo a cui viene venduto un kalashnikov che, in pratica, meno costoso è, e più viola quei diritti. Non sapevo che l’Italia spende in armi 27 miliardi di dollari l’anno, più di Israele. Credo che nemmeno voi sapevate che se i rifiuti sfuggiti al controllo ufficiale fossero accorpati in una sola massa formerebbero la catena montuosa più grande del mondo, una montagna che viene sparpagliata illegalmente nel Sud Italia e che questo business ha permesso ai clan di raggiungere in quattro anni un fatturato di 44 miliardi di euro. Non sapevate nemmeno che se si scava in quelle campagne si trovano anche resti di corpi riesumati dai cimiteri e “smaltiti” sotto terra, perché smaltirli legalmente costerebbe troppo. E sicuramente non sapevate che i ragazzini, trovandoli,li rivendono al mercato delle pulci. Non sapevo che si muore così facilmente, di lavoro nei cantieri edili e di tumore per la diossina, emanata dalla spazzatura bruciata per fare posto nelle discariche abusive. Non sapevo neanche che la Campania è il paese con il numero più elevato di morti ammazzati d’Italia. Molti di noi tutto questo non lo sapevo affatto. Forse lo sospettavano, o forse lo sapevo e tacevano. È forse giusto non sapere? È giusto che tutto rimanga nell’ombra, che tutto si sappia e tutto si dimentichi? No. È giusto parlare, è giusto scrivere. Perché la parola non fa prigionieri, perché di tutto fa prova. E ce lo dice uno che ha avuto il coraggio di sapere e di parlare. È giunto il tempo di accusare chi illegalmente dirige un’economia malata, chi uccide, sfrutta, falsifica solo per il profitto.

“È giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra”.

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The fall of the wall

Pubblicato da elisaspadaro su novembre 8, 2009

9 Novembre 1989. E’ la fine. Dopo 28 anni crolla il muro che ha diviso due mondi, che che ha spaccato in due Berlino. Un muro che ha costretto intere famiglie a separarsi, apparentemente per sempre, che ha confinato dei cittadini nella zona est, con la convinzione che se solo avessero provato a scavalcarlo quel muro, sarebbero rimasti uccisi.  Dopo 28 anni viene dato il permesso di passare “dall’altra parte”,  di fare ciò che molti non avevano nemmeno mai fatto, perchè nati già sotto regime. Nessuno si aspettava che quel regime in Germania potesse crollare, nessuno sperava più di vedere la nazione unita. E invece quel muro è crollato e, dopo tanto tempo, ci si è sentiti nuovamente parte di un solo popolo. Si era di nuovo tutti cittadini di Berlino. Per tutti quella caduta è il simbolo più grande di liberà, è la speranza, è il sogno di un mondo nuovo. E’ la fine ma è soprattutto l’inizio.
Dopo 20 anni cosa resta di quel muro? Ben poco. Qualche targa commemorativa e lunghe lastre di pietra. Resta l’East Side Gallery, lunga 1 km, quella parte del muro per dipingere la quale sono accorsi da tutto il mondo 118 artisti, per dare spazio alla loro idea di libertà e gioire tutti assieme di quel crollo. L’immagine classica è quella dell’auto che sfonda il muro, ma molti sono i dipinti surreali e gli slogan politici.  Ad oggi è la più grande galleria d’arte all’aperto.

macchina

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Quel giorno di vent’anni fa, il giorno della libertà, viene ricordato in questa settimana da tantissime iniziative, e non solo in Germania. Proprio oggi si è tenuto un seminario presso l’ambasciata americana di Roma, dove numerosi sono stati gli studenti di tutte le università, uniti per celebrare assieme questo importante anniversario. Si è parlato di quei duri anni in Germania, di come le persone li hanno vissuti e di come li hanno superati. Di come quel muro è stato abbattuto e di come la società ha reagito al crollo. Altri muri nel frattempo sono stati innalzati, hanno fatto presente alcuni studenti in sala, con particolare riferimento a quello tra Israele e Palestina. Purtroppo non si fanno sempre passi in avanti. Tutti, compresi i relatori, si sono augurati che presto i restanti muri e le restanti guerre nel mondo possano avere fine.

E se è vero che molti muri si sono innalzati è anche vero che alcuni sono stati abbattuti. Non parliamo di conflitti o  di barriere fisiche, parliamo di muri che grazie alla globalizzazione e ad Internet si sono dissolti, muri che non rappresentano più un ostacolo alla comunicazione, muri che vengono scavalcati facilmente riuscendo a far circolare l’informazione non solo in una città, ma nel mondo intero. Il Web ha aggirato e sta aggirando tutti i muri del globo, permettendo alle persone di connettersi in qualsiasi luogo si trovino, in qualsiasi tempo, sotto qualsiasi “regime”. Il Web è sopra ogni cosa l’anti muro, l’anti divisione, per natura, per com’è stato concepito. Purtroppo però ci sono ancora dei luoghi, delle persone, per le quali Internet non è ancora così accessibile. Lo scopo quindi si rivela essere di nuovo l’abbattimento di un muro, di nuovo un crollo, affinchè il digital divide possa avere fine e tendere ad una condivisione globale.

Queste e molte altre le riflessioni che si potrebbero fare in occasione di una giornata come quella di oggi, in cui è d’obbligo ricordare una grande rivoluzione che ha permesso a molti di ricominciare a sperare in un mondo di pace e unità, senza nessun tipo di divisione.  In un mondo migliore, che speriamo un giorno di vedere.

pace

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Dibattito in 2.0

Pubblicato da elisaspadaro su ottobre 17, 2009

 

Tre i candidati per le primarie del Pd, previste per il prossimo 25 Ottobre. Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani e Ignazio Marino. Ieri pomeriggio il dibattito tv, in diretta su YouDem.com.

L’evidenza di pareri discordanti su alcuni temi, tra cui quello delle alleanze, ha concesso ampio spazio al dibattito, prolungato oltre l’ora e trenta.

Alla fine l’appello comune. E’ necessario presentarsi massicciamente al voto per restituire unità al partito e permettergli di lavorare al meglio.

Accennata anche la possibilità di un nuovo confronto in diretta tv.

Ecco a voi il video, almeno di una prima parte. By YouTube.

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Un minuto di silenzio

Pubblicato da elisaspadaro su ottobre 10, 2009

messina

Irrompo con queste parole oggi, perché mi è impossibile non parlarne. Perché oggi è un giorno di dolore per me, per i miei cari, e la mia città. Lo è per tutti noi. Alle 10.30 di oggi infatti, nel Duomo di Messina, si sono svolti i funerali solenni di 21 delle 28 vittime dell’alluvione, che il 1 Ottobre scorso ha colpito la zona Sud della città, specialmente i paesi di Giampilieri, Briga e Scaletta Zanclea. Per chiarire, 28 sono solo i corpi rinvenuti dal fango che ha sepolto abitazioni, negozi e ha invaso  strade. Il resto dei dispersi farebbe arrivare la lista a 35. Come sia potuto accadere è fin troppo semplice da spiegare. La pioggia insistente e il vento hanno provocato allagamenti e le montagne che circondavano quei paesi non ci hanno messo molto a spaccare le deboli protezioni che il comune di Messina aveva fatto mettere, e sono franate. Le colate di fango hanno contribuito a spazzare via le case e a rigettare persone e vetture in mare, dove alcuni cadaveri sono stati rinvenuti. Si è presto capito che molte delle persone che si cercavano non sarebbero state trovate vive, e solo tanto sconforto per i 400 e più sfollati, rimasti senza casa. L’accesso a quelle zone è rimasto proibito per alcune ore, così come l’autostrada Messina-Catania.
Era già successo in passato, almeno altre tre volte negli ultimi 10 anni, ma nessuno aveva fatto molto. Il comune aveva dato anche l’ok a molti progettisti per continuare a costruire case in quelle zone poche sicure, quelle case che adesso si dice fossero abusive, illegali, per puntare il dito contro coloro che sono stati affogati dal fango, piuttosto che contro se stessi.  Dicevo è fin troppo semplice da spiegare, perché l’Italia è il paese della prevedibilità. A quanto pare però noi italiani siamo gli unici a non accorgersene in tempo. A quante pare devono continuare a farne spesa i cittadini. La cosa che mi fa più rabbia è che quelle persone che hanno avuto salva la vita, non hanno ricevuto pasti caldi, acqua, accoglienza. Non ci sono state campagne di solidarietà per loro, e per i loro defunti. Solo i campi di calcio di squadre siciliane hanno osservato il minuto di silenzio quella domenica e il lutto nazionale è stato proclamato solo mercoledì. Mi chiedo se esistano morti di serie B, ma non credo sia possibile. I morti sono morti e purtroppo continueranno ad essercene ancora per molto se si ignoreranno le gravità di un territorio fragile come il nostro.  Non volevo e non voglio fare politica oggi. Oggi voglio solo unirmi ai miei concittadini e vorrei tanto invitarvi a farlo con me. A pensare per un attimo a ciò che è stato e alle persone che anche per salvare qualcuno oggi non ci sono più, sono dentro quelle bare e sotto quel fango ormai indurito. 

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